mercoledì 8 febbraio 2012

La cavalcata dei morti



















La gente dice che hanno il diavolo in casa. Qui è come dappertutto: ci sono tante teste vuote che fanno presto a riempirsi di qualunque cosa, possibilmente il peggio. È quello che tutti preferiscono, il peggio. Ci si annoia talmente.

Mi sto rendendo conto solo ora che sono ben 2 anni che non leggo un libro di Fred Vargas e in due anni si fa a tempo a dimenticarsi molte cose.
E l'autrice trascura questo particolare, con continui riferimenti a personaggi e situazioni dei romanzi precedenti che io ricordo ma non abbastanza per apprezzare il richiamo ricorrente, con conseguente irritazione (ma dove sono gli espedienti letterari fatti apposta per questo scopo?!).
Al contrario il "giallo" non mi è parso per niente nuovo, mi sembrava di rileggere situazioni e dialoghi di romanzi precedenti, mescolati tra di loro ad arte: l'omicidio in campagna, il delitto parigino parallelo (che fa solo da sfondo), gli gendarmes di provincia, il ristorante/bar dove si incontrano tutti. Con tuttavia un po' di carattere in meno.
Léo, il personaggio più intrigante, poteva essere un buono spunto per far decollare il romanzo, tuttavia rimane solo il potenziale, e stop.
Poi c'è la mitologia, immancabile, intrecciata al folclore francese, che si fa forte e reale nelle campagne, così reale che quasi la puoi toccare. E forse questa è la parte più felice del romanzo: la "schiera furiosa", l'armata dei fantasmi giustizieri. E ancora una volta ci si chiede: come farai Fred questa volta a cavarti dell'impiccio? Come sgretolerai con la razionalità questo muro di leggende e superstizioni?

martedì 14 dicembre 2010

Trilogia della città di K



Quando: un arco di anni non bene precisato che ha inizio durante la seconda guerra mondiale.
Dove: una piccola città e una grande città dell'est europa.
Chi: due gemelli identici e simbiotici, dolcissimi e diabolici.
Cosa: la vita di due persone, raccontata attraverso gli occhi disincantati dei due protagonisti, dove la finzione si mescola con la realtà, fino a diventare irriconoscibile.
La strada verso la verità è lunga e tortuosa, e quando la si raggiunge ci si chiede se realmente ne valeva la pena... la letteratura in confronto ha un sapore così dolce!

- Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate.
Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.
Dice:
- Sì. Certe vite sono più tristi del più triste dei libri.
Dico:
- Proprio così. Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.

lunedì 9 agosto 2010

mercoledì 16 giugno 2010

martedì 27 aprile 2010

Il giro di boa



Mentre si legge un libro di Camilleri è difficile non identificare personaggi, luoghi e atmosfere con la serie TV (che è fatta davvero benissimo).
Perché leggere i romanzi quindi? Per un motivo molto semplice: c'è qualcosa che in TV inevitabilmente si perde, e questo qualcosa è l'incredibile impasto linguistico. È una meraviglia da leggersi, ed è efficace narrativamente: mescola siciliano e italiano, registri alti e bassi, e lo fa armoniosamente. Dalla lingua capisci tutto del personaggio che sta parlando: il suo livello socioculturale, la sua provenienza geografica... e i dialoghi sono così veri che li puoi materializzare davanti a te.
Questo capitolo della saga è un po' particolare, perché comincia con una riflessione politica riguardante i fatti del G8 di Genova; troviamo un Montalbano depresso e deciso a lasciare la polizia. Quando, all'improvviso, spunta un morto dall'acqua...

lunedì 19 aprile 2010

Un luogo incerto



In un periodo in cui niente è certo, in cui tutto quello che leggi non ti convince, in cui lo scazzo e la stanchezza hanno preso il sopravvento, viene naturale aggrapparsi alle proprie certezze. Vargas è una di queste, non mi ha mai deluso.
Tranne forse questa volta. La detection è complicatissima, cervellotica, i personaggi ti sfuggono di mano (e alla fine, proprio come il protagonista, non capisci più chi sono). La curiosità ingrana lentamente, gli omicidi sono eccessivamente pulp (al limite dello splatter, sconsiglio prima e dopo i pasti).
Si salvano certi spunti, certe frasi, certi personaggi meravigliosi (Lucio e le sue massime, il medico Josselin e le sue mani magiche). Si salvano i colpi di scena su Adamsberg, i suoi segreti che sembrano essere infiniti, il tete a tete in riva al mare.
Ma questa volta l'autrice si è spinta un po' troppo oltre, non riuscendo a mantenere quella semplicità che normalmente regola il caos dei suoi romanzi.

lunedì 22 marzo 2010

Nei boschi eterni



Le donne si rodono sempre il fegato. Perché gli piace fare il lavoro fino in fondo, capisci? Mentre gli uomini possono andare di qua e di là, e poi raffazzonare alla bell'e meglio, finire, o piantare tutto. Invece una donna, capisci, lei può star dietro alla stessa idea per giorni, mesi, e senza nemmeno farsi una birra.


Quando ho preso in mano questo libro ho sentito subito una carica fortissima: la quarta di copertina era intrigante, la copertina inquietante, la storia si preannunciava complicatissima e ricca di eventi.
E così è stato: un'ombra si aggira per i cimiteri a dissotterrare corpi, dei cervi vengono brutalmente uccisi in Normandia e Adamsberg ha niente popò di meno che un fantasma assassino in casa! Per non parlare del nuovo poliziotto con i capelli multicolore che si aggira in commissariato, e di Camille, che sembra non provare più niente per il commissario, se non "cortese amicizia". Capire il nesso tra tutto gli eventi richiede pazienza al lettore, molte cose vengono buttate lì e il nervosismo cresce.
Le ultime 150 pagine le ho divorate, ma devo ammettere che rispetto al solito ci ho messo un po' ad ingranare... La storia ha un grosso potenziale, ma l'ho trovata un po' meno incisiva di altre: forse perché le aspettative sono sempre più alte, forse perché la traduttrice non è Yasmina Melaouah, che secondo me ha una mano particolarmente felice. Certe pagine ti tolgono il fiato, altre ti fanno innervosire, altre sembrano divagare. La distribuzione della tensione è più dilatata rispetto al solito, Adamsberg è sempre più inafferrabile e umano, il misticismo e l'occulto prendono il sopravvento.